giovedì, 15 novembre 2007

DOMANDA DI INTERIORITÀ

Uno spiritualismo disincarnato e formale, un’osservanza senz’anima, insieme ad una fuga nell’attivismo esasperato - da cui si deduce un grande e urgente bisogno di interiorità - caratterizzano il nostro tempo e in qualche modo anche le comunità religiose. Così succede che più si cresce in età, più ci si meraviglia di conoscersi tanto poco; più si cammina, meglio si è in grado di scoprire la propria povertà, mentre sentiamo che non si può costruire nulla di stabile e di duraturo sulla non chiarezza, o, peggio ancora, sulla falsità o sulla illusione.
 
La mia esperienza mi dice che le vere soglie della vita interiore sono gli incontri personali e che la spiritualità non può germogliare su un terreno culturalmente arido. La conoscenza, insomma, di un pezzetto ulteriore di sé è sempre in qualche modo l’effetto di un’avventura conoscitiva che accende, coinvolge e riposa anche la persona. La propria identità interiore tocca infatti l'unità della persona nella totalità delle sue facoltà e delle sue espressioni; non può perciò essere recuperata solo attraverso l'isolamento o l'introversione, proprio perché essa non è quello che resta quando ci allontaniamo dalla realtà esterna. Sbalzato Dio dall’orizzonte della propria vita, inoltre, ci accorgiamo di non essere più in grado di capire chi siamo.
 
Il cristiano sa che la vera identità della persona è nella Parola, che è scritta nel profondo di ciascuno.
Ma noi spesso abbiamo una vita cristiana fatta troppo di attività, di elucrubazioni, di opere e anche di sforzi morali per superare i propri difetti. Siamo, in realtà, troppo autocentranti, incapaci di alzare davvero lo sguardo e inoltre frequentiamo poco il nostro dentro, evitiamo di avvicinarci al nostro cuore e fatichiamo a scavare.
Non ci misuriamo perciò con Cristo e la sua Parola, ma stiamo a vedere che cosa riusciamo a fare noi e così lentamente impoveriamo la nostra fede e finiamo per agitarci come se fossimo degli orfani. Indipendentemente però dai nostri dubbi e anche dalla nostra fede, il Cristo è sempre presente nella sua creatura: il suo amore le brucia nel cuore.
 
In questa situazione, alla persona non rimane che acconsentire ai propri limiti (quelli dell’intelligenza, della fede, delle proprie capacità…) e nello stesso tempo cercare la strada per imparare a lasciare che un Altro domini il suo sguardo.
 
Se proviamo a trapanare la nostra vita, scopriamo che sotto ci sta la possibilità di contemplare la bellezza del creatore; di incontrare, su noi e sui nostri giorni, lo sguardo di Cristo e la sua luce, che dal tessuto profondo del nostro essere fa emergere i pensieri più forti e i desideri più  veri. L’invito è, quindi, a partire in pellegrinaggio verso questo luogo del proprio cuore per decifrare le radici delle proprie azioni là dove Lui è. Lasciarsi afferrare e lavorare dal di dentro da Dio per capire qualcosa di Lui è già un’esistenza che si chiarisce e si unifica. Fissare lo sguardo su Cristo Crocifisso, comprenderne gli abissi di amore e voler corrispondere, ascoltandolo in tutto. In sintesi: lasciarsi affascinare da Lui è il segreto e il fondamento di una vera vita interiore e della coscienza di sé.
 
Se i veri poveri sono coloro di cui non rimane traccia se non nel cuore di Dio, quante volte anche ad ognuno di noi capita di sentire così la propria vita! Come un fuscello travolto dalle acque.
Il dolore e la prova sono nella vita di tutti: l’essenziale passa sempre per il cuore. Ma più le tenebre si infittiscono, più l’uomo può scoprire la gioia di credere. Per passarci in mezzo e trapassarle, occorre trovare isole di silenzio dove poter sentire che non si è soli e comunicare con l’infinito; fissare il mistero di Dio e prenderne forza  e vivere e nutrire la propria speranza. Capire con il cuore (l’intelligenza verrà dopo). Dio si rende accessibile, infatti,  ai cuori semplici che s’immergono nella sua fiducia e li porta nel suo mondo di bellezza. Certo è solo per poco: la pienezza di Dio è oltre la nostra vita. D’altra parte una vita di comunione con Lui si radica solo nella concretezza delle situazioni.
 
Il cuore ha bisogno sempre di avere il suo centro in Dio. Rimettere a Lui le preoccupazioni libera energie, permette di guardare al di là delle situazioni e perfino al di là delle persone.
La persona può riprendere così il cammino verso l’essenziale ed avanzare finalmente non con un cuore ideale, ma con il cuore che ha. Acconsentire anche ai propri doni. Allora si incontra lo sguardo del Cristo e nel deserto del cuore, che Dio cambia, sgorgano risorse inesauribili: un frammento di eternità.
 
Ma questa condizione di libertà è da riguadagnarsi ogni giorno: mettersi semplicemente a Sua disposizione per essere Suo strumento; smarrirsi dentro le pagine della Parola per vedere il Suo Volto, vivere e imparare da Lui come si possano amare veramente le persone concrete e guarire il cuore dalle ferite sofferte. Poter contare sempre sul Suo sguardo d’amore ed essere questo sguardo d’amore sulla vita di tutti. Amare senza darsi pena di sapere se siamo amati in contraccambio. Non lotta o contemplazione, quindi, ma l’una e l’altra, l’una che sgorga dall’altra. E’ la felicità che nasce dal monachesimo interiore.
 
Luciagnese Cedrone

scritto da: lagnesecedrone alle ore 04:57 | link | commenti
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