L’essere appassionati per Cristo è espressione di una vita, e quando dico “vita” faccio riferimento a una identità personale con un “nome” ben preciso, il nome nuovo che il Signore ha pronunciato (cf. Is 62,2b) e con un itinerario di scoperta iniziale, di ascolto, di dubbio e, infine, di risposta. Dire “infine”, significa dire l’inizio di un cammino di risposta che vede come viandanti la “mia, la tua vita e la persona di Gesù che è via, verità e vita (cf. Gv 14,6)”.
La scintilla vitale per un’anima consacrata scocca quando il Signore, l’Onnipotente, si china verso la persona e la riscalda col fuoco del suo amore ed ella, pur non potendo capire con il lume della sola ragione, non può far altro che accogliere il dono di questo amore e “gustare” col cuore questo incontro che scalda e dà vita a un’unione sponsale. “Gustate e vedete quanto è buono il Signore” (Sal 34, 9).
Nella vita religiosa si può correre il rischio di far affievolire questo fuoco d’amore attraverso piccole quantità di acqua (numero ridotto di consacrati e problemi moltiplicati che richiedono soluzioni a volte immediate, lavoro continuo, incontri comunitari evasi ecc.) che ogni giorno si versano su questo fuoco e quasi inavvertitamente pian piano il fuoco si va spegnendo.
Quando si prende coscienza di questo, allora, è giunto il momento di sapersi fermare e procurare un tempo in cui il Signore, l’Amato abbia la possibilità di riaccendere questo fuoco d’amore. E’ un fuoco particolare, irripetibile per ogni persona, inaspettato nelle manifestazioni. E’ il momento di aguzzare la vista, tornare ad avere lo sguardo dell’amata che scruta la presenza dell’Amato in ogni avvenimento personale, comunitario, congregazionale, ecclesiale, mondiale. Il nostro Dio è il Dio della Storia, sceglie le coordinate del tempo, facendosi carne, e le eleva con le coordinate dell’eternità.
E gusta con il cuore ricolmo di vita lo scambio d’amore che avviene nel dialogo diretto tra l’Amato e l’amata; gusta la natura che rivela tanti volti variopinti dell’Amato, gusta la presenza dell’Amato nel volto di chi condivide con te questo cammino di consacrazione, gusta le occasioni impreviste con cui l’Amato ti raggiunge con la sua tenerezza, gusta l’Amato quando si fa corpo e sangue per te nell’Eucaristia e tu diventi un tabernacolo vivo, sua dimora fra gli uomini, e non puoi rinunciare a Lui perché diventa la tua ragione di vita; senza accorgerti la tua vita è diventata, quindi, una “preghiera incarnata”.
Rinvigorire o permettere di rinvigorire il fuoco d’amore è un impegno personale ma anche comunitario. Sono necessari i momenti comunitari dove si possa condividere l’esperienza di questa vita di “preghiera incarnata”, dove si condividono le difficoltà e le gioie di appartenere al Signore e di essere appassionati per Cristo e per l’umanità.
Naturalmente questo fuoco d’amore non lo si può contenere, sgorga la necessità infrenabile di “dirlo” agli altri, non solo con le parole ma con l’espressione della stessa vita fatta di incontri, di movimento, di relazioni, di concretezza. L’amore di Cristo ci spinge (2Cor 5,14) non ci da la possibilità di fermarci, ma rende creativa l’azione apostolica. Non c’è dicotomia nella persona che è capace di dire con la propria vita: “ Il mio Amato è mio ed io sono sua” (Ct 2,16).
Sr. Maria Rita Lovecchio
Missionarie Clarettiane