martedì, 21 ottobre 2008

ALLA LUCE DELLA STORIA DI PAOLO

 

«Ho servito il Signore, tra le lacrime, in tutta umiltà» (At 20,19)

 

Trovare un “perché” sufficiente per il proprio vivere può aiutare a sopportare qualsiasi “come”. Se ho sufficiente motivazione, posso tollerare più o meno tutto. Forse non esistono volontà forti o deboli, ma solo motivazioni forti. Forti come quelle di Paolo dopo l’esperienza di Damasco.

«Ho servito il Signore, tra le lacrime, in tutta umiltà»: così Paolo definisce il suo modo di essere nella comunità. Dopo Damasco, servire il Signore per lui è la prima realtà. Non la Chiesa, non la gente, non la comunità… E se ai Galati dice: «Sono servo vostro per Cristo» (Gal 5,13), egli vede se stesso come un servitore della persona di Cristo e non primariamente come un servitore della comunità. Paolo sa che anche gli altri -che di lui conoscono tutto perché vivono e sono con lui- lo vedono allo stesso modo e possono renderne testimonianza. Non è con loro per piacere, accontentare o rispondere alle attese di qualcuno. Ma non teme di farsi schiavo del fratello per servire Cristo: così soltanto sa di poter  servire la Chiesa, la gente, la comunità. Stupenda è la libertà che in questo modo Paolo vive: non deve niente a nessuno se non a Cristo. E attraverso lui poi a tutti.

Ma questa libertà - in Paolo come in tutti - richiede di essere integrata nella vita attraverso la sofferenza e le prove: il tempo della rivelazione del mistero di Dio che ci ama e per questo ci purifica, ci rende interiormente liberi. In lui dapprima esplodono indignazione e risentimento. Poi emerge la riflessione, mentre la grazia di Dio, che opera nella prova macerata dentro, lo conduce a cogliere nella stessa prova una parola provvidenziale di Dio. La Parola penetra adagio adagio nel suo cuore, lo medica, lo libera, lo consola…Così egli giunge alla semplice percezione che Dio è il Signore e si prepara perciò ogni giorno di nuovo a diventare strumento suo sempre più adatto, liberando il proprio cuore da tutto ciò che poteva essere ricerca inconsapevole di prestigio e successo personale. Momenti, quelli vissuti da Paolo, in cui passano i santi e ai quali sono chiamati coloro che accettano di farsi discepoli di Cristo.  

 

«Ho servito il Signore, tra le lacrime…». Tra le lacrime…eppure non sembra che Paolo fosse una persona facile al pianto. Nella sua missione pastorale certamente non opera come un funzionario o un burocrate; si rivela invece uomo profondamente coinvolto in ciò che fa. «La nostra bocca vi ha parlato francamente, il nostro cuore si è tutto aperto per voi» (2Cor 6, 11), dice ai Corinti. E ancora: «Sono molto franco con voi ed ho molto da vantarmi di voi. Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione», (2Cor 7,4). Evidentemente li ha presenti tutti, quei suoi cristiani, come davanti ai suoi occhi. Li conosce uno per uno: da loro gli giungono amarezza e lacrime e insieme una gioia profonda. La intensissima partecipazione emotiva di Paolo alle sofferenze della sua gente, trova così riscontro nelle sue gioie altrettanto intense. Chi ama molto, infatti, soffre molto e gode anche molto. Davvero in ogni situazione ognuno può servire il Signore fra le lacrime.

 

«…in tutta umiltà».

La scuola di prove e di esperienza della propria debolezza libera Paolo da ogni presunzione. Paolo non si gonfia e non si illude. Così la forza del Risorto può entrare nella sua debolezza, vivere in lui e porlo al posto giusto.

«Non voglio che ignoriate, fratelli, che […] abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti» (2 Cor 1,9). Dal dolore sa accogliere quella umiltà vissuta, che poi esprime nella sua vita, per esempio, trattando ognuno con estremo rispetto e affetto, con grande attenzione e amorevolezza, sempre valorizzando ciò che l’altro è.

«Come Dio ci ha trovati degni di affidarci il Vangelo, così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini ma a Dio che prova i nostri cuori. Mai infatti abbiamo pronunciato parole di adulazione, come sapete, né avuto pensieri di cupidigia: Dio ne è testimone. E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi, né da altri… » (1Ts 2,4-6).

Il suo zelo apostolico non è suo, ma gli è dato da Cristo che vive in lui. Paolo è apostolo della grazia, quindi, della Parola-Gesù, che previene e ripara ogni umana debolezza.

Ricevuta la rivelazione del mistero di Dio, Paolo smette di fare affidamento sulla propria sapienza e nello stesso tempo si assume il rischio e la responsabilità di essere se stesso. Il suo cuore trova riposo nella misericordia e nell’amore di Dio mentre percorre deciso il cammino nel quale Cristo lo ha preceduto: il cammino della croce. Egli impara così a pensare di sé in maniera umile, distaccata, tranquilla, senza colpevolizzarsi, con pace. È semplicemente se stesso: uomo autentico, con un senso profondo di Dio datore di ogni bene, cosciente di tutto ciò che gli è stato donato di buono, libero di provare e raccontare le proprie emozioni, idee, preferenze; capace anche di usare atteggiamenti duri e risoluti basati sulla mitezza di Cristo che sa prendere posizione di fronte alla vita.

Così è l’umiltà che Paolo recepisce dal suo Signore Gesù e che esprime semplicemente lasciandoLo vivere in sé. Per questo può presentarla come l’atteggiamento fondamentale di chi serve il Signore.

 «Non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi» (Rm 12,16).

Un compito arduo per noi continuamente tentati di personalismo quando, in qualunque modo, è in gioco il potere. Ci possono aiutare la consapevolezza - da acquisire di nuovo ogni giorno - di essere molto lontani da questa meta e l’impegno a lasciare che l’esistenza ponga alla nostra vita delle domande, portandoci a scoprire sul nostro conto delle cose che prima non conoscevamo.

Un processo, quello della scoperta di se stessi, a volte doloroso e a volte gioioso, che dura tutta la vita. Un processo che però vale sempre la pena di intraprendere, lasciando, sull’esempio dell’Apostolo, che la forza di Cristo che vive in noi, ci purifichi e ci renda sempre più simili a Lui. L’avvenire e la perseveranza, poi, sono nelle mani di Dio.

Luciagnese Cedrone


scritto da: usmi alle ore 08:35 | link | commenti
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